Emanuele Tacchia, partecipante SLPcf
“Oggi, vedendola, mi sono resa conto che la nostra non è che un’illusione”. Con queste parole, in una lettera di poco più di due righe, Fermina Daza ratifica la fine della relazione con Florentino Ariza, dopo averlo allontanato la mattina stessa con un semplice gesto della mano.[1] Per seguire il desiderio paterno di ascesa sociale lascia quel giovane che risultava essere d’intralcio al matrimonio con un medico aristocratico che la renderà infelice.
Celebrato spesso come un romanzo che esalta il sentimento d’amore, il quale si inocula come un batterio che non lascia più il protagonista, L’amore ai tempi del colera di Gabriel García Márquez può essere letto come la narrazione di una lunga rottura amorosa. Con la particolarità che in quest’opera la dimensione del tempo e quella dell’amore non precipitano insieme: se il rifiuto di lei riporta la relazione tra i due nel campo dell’impossibile, l’amore di lui per lei rimane un eterno presente dal quale non è disposto ad indietreggiare. Si delinea dunque ciò che sarà la forza propulsiva del romanzo: la tensione tra l’interruzione voluta da lei e la sospensione del tempo dell’amore realizzata da lui che decide di aspettarla fin dopo la morte del marito. Un intervallo che diviene una lunga attesa nella quale Florentino Ariza proietta la sua esistenza mantenendo aperto il campo della possibilità dell’incontro amoroso in maniera surreale, allucinatoria, solitaria.
La rottura non diviene oblio e il silenzio dell’amata è supplito dalle lettere d’amore che lui scrive per altri innamorati lasciandosi ispirare dal sentimento per Fermina Daza, come se scrivesse ancora a lei. È il suo modo di presentificare l’amata nell’assenza, in cui l’oggetto d’amore non scompare, si può rivolgere ad esso senza che sia più lì, è, in fin dei conti, amato in absentia.
Non c’è il tempo del lutto, se il lutto “risponde alla perdita dell’oggetto a attraverso un carnevale immaginario e narcisistico”,[2] per Florentino Ariza l’immagine della persona amata continua a sussistere dando una consistenza immaginaria alla loro unione, per il momento rimandata ad un tempo indefinito. “Nel lutto reale, è la «prova di realtà» a mostrarmi che l’oggetto amato ha cessato di esistere. Nel lutto amoroso, l’oggetto non è né morto né lontano, sono io a decidere che la sua immagine deve morire”,[3] oppure continuare a vivere. Un artificio che gli consente di non considerare irreparabile la perdita, giacché si tratta solo di aspettare il momento opportuno e non sospendere la causa del desiderio che mantiene vivo l’amore. Su uno sfondo di morte, tra guerre ed epidemie, l’amore si interrompe ma non muore, si staglia in un’attesa paradossale, priva del senso delle proporzioni.
Nel frattempo però Florentino Ariza avrà innumerevoli incontri carnali con altre donne contrapponendo la temporalità della soddisfazione pulsionale all’atemporalità dell’inconscio e del suo desiderio indistruttibile, che per Freud congiunge passato, presente e futuro.[4] “Tutti sanno che la libido conosce il tempo, cioè che c’è una temporalità di eros, a livello dell’amore, del desiderio, del godimento. L’amore è ossessionato dalla questione del tempo […] Amo, ma per quanto tempo? […]. È da qui che derivano i miraggi dell’amore più forte del tempo e più forte della morte. Cioè, l’amore si sposta sull’oggetto eterno, l’oggetto inalterabile”.[5] Alla discontinuità del desiderio, che consuma il valore erotico dell’oggetto d’amore progressivamente alla soddisfazione che ricava da esso, si contrappone l’illusione dell’atemporalità dell’amore.
Il desiderio indistruttibile legato all’oggetto piccolo a che ne è causa, nella sua consistenza porta con sé gli affetti e le passioni scompaginando il tempo ordinato ed evanescente del soggetto. L’oggetto a rallenta o accelera la temporalità operando delle dilatazioni o delle contrazioni del tempo in quanto è la dimensione libidica a dare o non dare spessore al presente.[6]
La persistenza dell’oggetto d’amore pone il protagonista al di fuori dalla dimensione temporale, un’estensione che non contempla la rottura, in quanto essa è per definizione il termine della temporalità. Alla nostalgia di un amore perduto si sostituisce così la caparbia, appassionata attesa di ciò che sarà, permettendogli di aspettare Fermina Daza per “cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni, notti comprese”.[7]
[1] Gabriel García Márquez, L’amore ai tempi del colera, Mondadori editore, Milano1986, p. 113.
[2] Jacques-Alain Miller, L’angoscia, Introduzione al Seminario X di Jacques Lacan, Quodlibet, Macerata 2006, p. 109.
[3] Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, Einaudi, Torino 2014, p. 87.
[4] Cfr. Sigmund Freud, L’interpretazione dei sogni, in Opere, vol. 3, Boringhieri, Torino 1989, p. 565.
[5] Cfr. Jacques-Alain Miller, Introduzione all’erotica del tempo, La Psicoanalisi n. 37, Astrolabio, Roma 2005, p. 27.
[6] Jacques-Alain Miller, Introduzione all’erotica del tempo, cit. p. 45.
[7] Gabriel García Márquez, cit. p. 370.