Manuela Simone, membro SLPcf e AMP
L’oggetto amato, nel caso dell’amore che è finito, viene paragonato da R. Barthes[1] a un vascello fantasma che si allontana verso un altro mondo, come un’astronave che cessa di mandare segnali: l’essere amato, che prima segnalava chiassosamente la sua presenza, diventa tutto a un tratto muto.
Amore e dolore sono costantemente intrecciati in una connessione logica, poiché l’amore non procede mai senza il dolore che provoca. L’attrazione affascinante e la devastazione dell’amore si rivelano negli sbalzi estatici, nelle profonde vulnerabilità, nelle angosce fino alle devastazioni di ogni essere umano. La rottura nell’amore più profonda e dolorosa, in quanto spietata e inesorabile, si realizza con la morte della persona amata e di conseguenza l’andare in pezzi del mondo del soggetto che rimane in vita. Il lutto è il nome dell’esperienza di questa perdita.
Secondo la teoria oggettuale freudiana il processo amoroso comporta il trasferimento del narcisismo all’oggetto, idealizzandolo, cioè mettendolo al posto dell’ideale dell’Io. Freud[2] definisce il lutto come la reazione alla perdita di una persona amata o di un’astrazione che ne ha preso il posto, come la patria, la libertà, un ideale o così via. Il lavoro svolto nel lutto consiste nello spostare gli investimenti libidici del soggetto dall’oggetto perduto a un altro, nuovo oggetto, poiché l’esame di realtà, die Realitätsprüfung, ha dimostrato che l’oggetto amato non c’è più e di conseguenza richiede il ritiro della libido connessa con tale oggetto. Freud parla del rispetto della realtà, Respekt vor Realität, che deve prendere il sopravvento per ripristinare la normalità. Sottolinea però che l’essere umano ha un attaccamento ostinato all’oggetto e non rinuncia volentieri a una posizione libidica. Al contrario, si sforza di mantenere il più a lungo possibile l’attaccamento libidico all’oggetto stesso, fino alle forme patologiche di fissazione. Per questo motivo, il lavoro del lutto richiede una grande quantità di tempo ed energia, in quanto viene svolto sovrainvestendo ad uno ad uno tutti i ricordi e le aspettative associate all’oggetto perduto, che possono così gradualmente essere abbandonati. Questo percorso di compromesso richiesto dalla realtà risulta secondo Freud estremamente doloroso e solo al suo espletamento l’Io ridiventa libero e disinibito.
Lacan[3] ritorna all’elaborazione freudiana per poi differenziarsene con la definizione del lutto come una perdita vera e intollerabile per l’essere umano, che provoca un buco nel reale. All’inverso della Verwerfung nella psicosi dove ciò che è rigettato nel simbolico ritorna nel reale, nel lutto si tratta di una Verwerfung, un buco, ma nel reale, dove ciò che è rigettato nel reale ritorna nel simbolico. Il trauma della perdita di una persona amata, di cui il soggetto occupava il posto di mancanza, è un buco nel reale, che sfugge ad ogni simbolizzazione. Il lavoro del lutto permette il ritorno nel simbolico con la costruzione di una rete di significanti, attraverso la rimemorazione della persona scomparsa e i rituali funebri tipici di ogni cultura. Attraverso tutte le immagini che rientrano nei fenomeni del lutto, l’intervento dell’immaginario sostiene questo percorso di circoscrizione della lacuna del reale, che può venire così bordata e velata ma non potrà mai essere riempita. In quanto, afferma Lacan, il buco nel reale offre il posto in cui si proietta precisamente il significante mancante, che è essenziale alla struttura dell’Altro e non può articolarsi al livello dell’Altro.
[1] R. Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, ed. Einaudi, p. 206.
[2] S. Freud, Lutto e melanconia, in Opere, vol. 8, ed. Boringhieri, pp. 103-104.
[3] J. Lacan, Seminario VI. Il desiderio e la sua interpretazione, ed. Einaudi, p. 371.