Vito Iannelli

Maggio 1945, il vento di primavera inizia a spazzare via l’aria cattiva della guerra ormai agli sgoccioli. A Parigi presso l’ospedale di Saint’Anne, il dottor Jacques Lacan firma le carte per l’internamento della paziente Lucienne Tecta (in italiano “luce nascosta”), forse un nome di fantasia utilizzato per coprire quello vero. Infatti, in tempi di guerra non era insolito che medici impavidi internassero sotto falso nome attivisti politici o ebrei per salvarli dalle deportazioni naziste. Lo stesso giorno al ristorante Le Catalan, ritrovo quotidiano di Picasso e del suo gruppo, si consumava la “definitiva” rottura tra Dora Maar e lo stesso Picasso, il più grande pittore vivente del tempo. Esistono due versioni della vicenda: Secondo Alicia Doujovne Ortiz[1], autrice di “Dora Maar – prisonnière du regard”, il distacco tra i due sarebbe avvenuto prima che Picasso potesse consumare il filetto che aveva ordinato. Secondo quella della giornalista Slavenka Drakulić , autrice di “Dora e il minotauro[2]”, invece sarebbe stata proprio la visione del pittore andaluso che masticava, che l’avrebbe spinta, in un moto identificatorio a quel pezzo di carne maciullata, a prendere le distanze da un uomo che l’aveva trasformata da femme fatale alla donna che piange. A questo punto le versioni coincidono, Dora sarebbe corsa via dal ristorante, sparendo per un certo periodo – quel giorno l’avrebbero vista camminare a piedi nudi per strada ripetendo ad alta voce “sono la regina del Tibet”. Forse il suo ricovero a Saint-Anne risale a quello stesso giorno, ma non è un dato certo perché dai registri dell’ospedale il suo nome non risulta.

Chi era Dora Maar?

Theodora Marković nacque a Parigi il 22 novembre del 1907, da un architetto slavo, Josip, e da una fervente cattolica francese, Louise-Julie Voisin. Piccolissima si trasferì a Buenos Aires per il lavoro del padre e fece ritorno a Parigi, solo lei e sua madre, alle soglie della pubertà. Sentendosi straniera in entrambi i paesi, si guadagnò la reputazione di ragazza distaccata e affascinante.

Alcuni anni dopo Dora intraprese la carriera di fotografa con successo, sublimando così l’oggetto sguardo: le sue fotografie le permettevano di andare oltre il visibile, esprimendo quegli elementi tipici del gruppo dei surrealisti di cui faceva parte. Frequentava artisti come Paul Eduard, Jacques Prévert, Man Ray ( di cui era assistente) e tutto il resto del gruppo dei surrealisti. Diventata oramai il prototipo della donna moderna si considerava una femme fatale ed insensibile ai legami e ai sentimenti tradizionali. Incontrò poi Pablo Picasso.

Dora Maar conobbe Pablo Ruiz alla prima del film surrealista “il delitto del signor Lange”, nel quale aveva lavorato come fotografa di scena. Picasso, come sempre accerchiato da una moltitudine di persone, le lanciò uno sguardo profondo e le bisbigliò un complimento a proposito della foto in cui aveva posato per Man Ray, per il quale Dora lavorava come assistente e occasionalmente posava. Non la considerò come artista, ma come modella. Qualche tempo dopo, si ritrovarono al Café “Les Deux Magots” e Picasso colpì Dora con il suo sguardo penetrante e insistente. Dora, essendo decisa a catturare di nuovo l’attenzione del grande artista, inscenò uno dei suoi spettacoli spiazzanti: iniziò a giocare con il coltello, come le aveva insegnato l’amico Prévert, conficcandolo sul tavolo tra le dita della sua mano, sempre più velocemente fino a che con la punta si sfiorò un dito ferendosi. Picasso colpito dalla scena, esclamò a voce alta: “E’ lei la famosa amante di Bataille!”, scrittore famoso anche per le sue perversioni.

Per quanto indipendente e moderna per il suo tempo, Dora in realtà non avrebbe più potuto fare a meno dello sguardo di Picasso che era per lei come una malia. Come sempre nelle dinamiche di questo tipo dove la componente narcisistica è prevalente, più lei ambiva al suo sguardo più lui lo soppesava, come se fosse disturbato dal bisogno di lei, e lei a sua volta si arrabbiava per poi chiedere perdono. Picasso stesso, secondo Drakulić, affermava di essere una vittima delle donne perché queste richiedevano la sua attenzione[3]. Questa dinamica si protrasse fino all’episodio del ristorante, che segnò il primo distacco, scatenando il malessere, il ricovero e gli elettroshock, oltre all’analisi con Lacan. Dora, sebbene ancora molto dipendente da Picasso, cambiò radicalmente: si decise a evitare gli sguardi, sparendo dalla scena pubblica e riducendo di molto il suo gruppo di frequentazioni.

Nel 1958 ci fu il secondo distacco: Dora scrisse una lettera al suo gruppo di amici chiedendo di non essere più cercata, la sua volontà di sottrarsi allo sguardo dell’Altro divenne totale. Intanto aveva trovato la fede in Dio, lei stessa ripeteva: dopo Picasso solo Dio. La si vedeva ogni tanto camminare per strada, tutta vestita di grigio, rasente i muri. Si recava ogni giorno alla messa dell’alba e aveva già deciso di lasciare tutti i propri beni terreni alla Chiesa. Secondo alcuni era divenuta molto avara, viveva negli stenti e nella scomodità, benché avesse in casa una fortuna firmata Picasso, da cui in vita non si volle mai separare.

In fondo, Dora scelse la strada che sua madre aveva scelto per lei, Juliette fervente cattolica, a cui, nonostante tutto era attaccatissima. Anche se scelse la fede in Dio, non rinunciò mai del tutto a Picasso, a cui rimase sempre devota. D’altronde lui era Picasso, uno di quei rari casi in cui non è il mondo a plasmare il soggetto, ma viceversa. Lacan stesso per descrivere l’amore immaginario racconta un aneddoto su di lui[4]. Ma dietro il grande artista c’era un uomo profondamente spaventato dalla finitezza della dimensione mortale e forse proprio grazie alle sue donne, che lo amavano così incondizionatamente, riusciva a trarre l’energia di cui aveva bisogno. Un po’ come il minotauro, che poteva sopravvivere con i sacrifici dei giovani che gli venivano offerti.

[1] A. Doujovne Ortiz, Dora Maar – Prisonnière du regard, Bernard Grasset, Parigi 2003.

[2] S. Drakulić, Dora e il Minotauro, Bottega Errante Edizioni, Udine 2015.

[3] Ivi, pag. 198

[4] La cocorita innamorata di Picasso in Jacques Lacan, Il Seminario. Libro XX. Ancora (1972-73), Einaudi, Torino, 2011.