Paolo Rocco Cipriano, membro sotto condizione SLPcf
«L’amore, l’amore, sempre l’amore! Ma l’amore non significa niente, Goldman! L’amore è un trucco inventato dagli uomini per non dover fare il bucato!»[1]. Se, come scrive Jöel Dicker, l’amore non significa niente, è perché – probabilmente – non è dal lato del significato che va rintracciata la sua natura. Dunque, è vero, l’amore non significa niente e, di conseguenza, non si può negare che non significhi tutto. Niente, dal latino ne inde, significa “non di questo”, quindi di altra cosa. L’amore è niente nella misura in cui niente soddisfa l’amore, poiché si ama sempre altro.
L’amore è uno dei volti della mancanza, segno dell’indistruttibilità del desiderio. Allora, l’amore può essere tutto, ovvero ciò che cattura – per il suo statuto di inafferrabilità – la totalità dell’interesse dell’uomo, il quale mira a rincorrere non già ciò che ha, quanto ciò di cui è costitutivamente mancante.
D’altra parte, proprio perché svela un buco al livello dell’essere, l’amore è fastidioso, ci mette in questione, è scomodo, smuove l’animo in modo imprevedibile. L’amore fa sognare, ma spesso i sogni non trovano nella realtà una corrispondenza, così l’amore diviene un incubo, causa malumore. Pertanto, sarebbe meglio non amare, liberarsi dalla prigionia di queste sbarre invisibili, intangibili, che ci fanno sentire in bilico su una voragine, ad un passo dall’abisso:
Amare è soffrire. Se non si vuol soffrire, non si deve amare. Però allora si soffre di non amare. Pertanto amare è soffrire, non amare è soffrire, e soffrire è soffrire. Essere felice è amare: allora essere felice è soffrire. Ma soffrire ci rende infelici. Pertanto per essere infelici si deve amare. O amare e soffrire. O soffrire per troppa felicità[2].
Che disastro questo amore! Ma se amare è soffrire, come recita Woody Allen in Amore e Guerra, allora l’amore potrebbe essere un sintomo? Un sintomo, in effetti, crea sofferenza, rapisce la nostra attenzione, supplisce al tracollo, isolandoci nel recinto dubbio: m’ama o non m’ama. Proprio per questo, però, il sintomo è il segno di una faglia, difetto dell’Uno. Il sintomo immobilizza. Il sintomo fa del soggetto un’orma, il calco dell’essere, un vuoto coperto da uno strato di senso, una trappola, la sterpaglia che copre una prigione di terra e fango.
Il sintomo è, dunque, una difesa, mentre il termine amore – “ama” – indica originariamente “forza” o, in lingua iranica, la potenza d’attacco: l’amore, evidentemente, non è una trincea. Se il sintomo non è un appello all’Altro, quanto un rifugio dal desiderio, l’amore è una tinta del desiderio, che fa dell’Altro il volto della propria ricerca. L’amore è, allora, il vomere che squarcia il terreno dell’egolatria. L’amore è un tuono che fa vibrare i corpi. L’amore non ha pace e non contempla accordi, l’amore è l’indagine che non conosce statistica. L’amore è moto che non conosce sosta, marcia che non dichiara tregua: l’amore è guerra.
È in questa apparente tragedia, dove traballano le certezze e l’uomo è abbracciato dalla danza della follia, preda delle maschere della conquista, privo delle istruzioni per ultimare il puzzle del desiderio, alla ricerca del pezzo mancante per completare la trama della propria esistenza, che entrano in scena le smorfie del riso. Allora, l’amore – differentemente dal sintomo – ha l’effetto di un Witz, della scoperta. L’amore è il carnevale delle passioni, alito della pulsione: «l’amore è un sentimento comico»[3].
[1] J. Dicker, La verità sul caso Harvey Quebert, Milano, Rizzoli, 2016, p. 497.
[2] Amore e guerra (Love and Death, Woody Allen, 1975).
[3] J. Lacan, Il seminario, Libro VIII, Il transfert, [1960-1961], Einaudi, Torino, 2008, p. 39.