Chiara Mangiarotti, membro SLPcf e AMP

Mulholland Drive è considerato il capolavoro di David Lynch, il famoso regista da poco scomparso che con la sua opera ha segnato indelebilmente il nostro immaginario. Con questo film egli ci conduce dietro le quinte dell’industria cinematografica di Hollywood per mostrarci quello che non funziona nello star system, quello che buca le sue immagini levigate. Lo fa con i misteri dell’amore attraverso i quali ci guida Diane Selwyn. Alla società dello spettacolo, dove tutto e monetizzabile, dove chi non è più produttivo o vendibile viene gettato senza esitazione, fa obiezione l’avventura dell’amore in cui un soggetto femminile offre ad un’altra donna la mancanza che c’è al cuore del suo essere.

Diane Selwyn è giunta a Hollywood da Deep River, Ontario, con il sogno di diventare una grande star del cinema, ma le cose sono andate diversamente. Diane sostiene un provino per la parte principale nel film di Bob Brooker Sylvia North Story, ma il regista non ha una buona impressione di lei e assegna la parte a Camilla Rhodes. Le due diventano amiche e amanti e Camilla l’aiuta ad ottenere delle particine. Il suo progetto, dunque, fallisce: Diane è spossessata, non solo dall’identità di attrice cui aspirava, ma anche della femminilità che una star è supposta detenere. Tenta di recuperare questa perdita amando come un uomo Camilla, la prescelta, che ha quello che lei ha perduto. Ma Camilla decide di lasciarla, non solo, la umilia, invitandola ad un party in cui annuncia pubblicamente il suo matrimonio con il regista Adam Kasher.

Il luogo deputato, dove Diane è accompagnata da una limousine, é Mulholland Drive, la strada tutta curve che si snoda sulle montagne sopra a Los Angeles. Non sappiamo che cosa si celi dietro ogni sua curva, né al di là della folta vegetazione che nasconde le ville dei divi. In questo luogo perturbante che dà il titolo ad un film altrettanto perturbante, Diane perde definitivamente la sua identità, l’unica cosa che vuole è vendicarsi di Camilla facendola uccidere da un sicario. L’odio per Camilla che ha il potere di annullarla, scatena il delirio e la conduce al passaggio all’atto. Il suo sogno è diventato un incubo e lei l’assassina che ha fatto uccidere la sua amante.

Abbiamo cominciato se non dalla fine, dall’ultima parte del film che lo illumina retroattivamente, rendendolo comprensibile. In quest’ultima mezz’ora vediamo una Diane completamente diversa dalla ragazza dallo sguardo illuminato dallo stupore e dalla speranza che aveva quando, appena arrivata nella città degli angeli, ammira per la prima volta le lettere bianche che compongono la scritta Hollywood sulla collina omonima. É una donna distrutta dal dolore per aver fatto uccidere ciò che aveva di più caro. Diane ha colpito “nella sua vittima il proprio ideale esteriorizzato”[1], colpendo lei ha colpito se stessa e non ne prova alcun alleggerimento. Ma una volta compiuto questo gesto irreparabile è disperata di questa perdita, vorrebbe tornare indietro, tornare ad essere la ragazza che voleva diventare una star del cinema, far tornare in vita Camilla. Quale modo migliore per farlo che addormentarsi e sognare? E così da questa disperazione inarginabile, dalla perdita di sé e dalla perdita dell’oggetto amato di cui Diane è la vittima e l’artefice, nasce tutto il film che inizia, appunto, con il sogno.

Diane assume il nome di Betty: è la ragazza radiosa che ha vinto la gara di jitterbug e arriva a Hollywood totalmente proiettata nel futuro. Camilla non è morta ma ha subito un grave incidente dove ha perso la memoria, proprio in quella stessa Mulholland Drive dove Diane era stata traumatizzata dalla rivelazione di Camilla e si era smarrita. Camilla è la vittima e Diane è la sua salvatrice. Betty scopre Camilla nella doccia della casa di sua zia, le chiede come si chiama, l’altra è interdetta. Priva di memoria, letteralmente assume la propria identità dall’altro: la vediamo allo specchio che riflette l’immagine di Rita Hayworth-Gilda e subito dopo dice di chiamarsi Rita. Camilla si identifica alla grande star. Ma dietro la diva Hayworth c’è la storia tragica della donna morta di Alzheimer e, come lei, la donna che dice di chiamarsi Rita ha perso la memoria. Sul manifesto è scritto: “There never was a woman like a Gilda”. Camilla non era Gilda, perché la star a tutto tondo non esiste[2]. Quella che Diane ha ucciso, allora, non era la star assoluta che l’aveva soppiantata e tradita. Il sogno non solo realizza il desiderio di Diane di trovare quello che ha perso nella realtà, ma è un’interrogazione su se stessa.

Il sogno appaga anche un altro desiderio insoddisfatto, quello di essere guardata, ammirata, scelta da un uomo. Ma quando accade, Diane se ne va. Fugge dall’uomo per recarsi all’appuntamento con Rita e ricercare il segreto della femminilità nell’amore tra due donne, diventando l’amante di Camilla. Ma prima di giungere a questa realizzazione, al di là del desiderio di amare e di essere amata riappare il desiderio di morte. Il sogno produce la ripetizione del trauma.

Che cosa cerca Diane? All’inizio del sogno cerca lo sguardo di un uomo, un pigmalione che la faccia diventare una grande attrice come Gilda, perciò lascia Rita per recarsi al casting. In seguito fugge dal set perché Rita l’aspetta. Dietro a Gilda c’è Rita che rappresenta per lei l’interrogativo sulla femminilità, la famosa domanda a cui Freud non seppe rispondere: Che cosa vuole una donna?

La domanda si sposta dall’identità di una donna a quella di Diane Selwyn. Chi è Diane Selwyn? Betty e Rita penetrando nel suo appartamento trovano la risposta: è un corpo segnato dalla morte[3]. Questo sarà infatti l’epilogo ineluttabile della vicenda, perché il giorno stesso in cui Diane ha dato al sicario la foto di Camilla Rhodes è come se avesse firmato la propria condanna a morte. Come fuggire da questa cosa terribile? La bellezza è l’ultimo velo sulla morte e il sogno se ne serve nel suo versante sublime, l’estasi erotica tra le due donne, per ricoprire quell’orrore[4]. Agli incontri fallimentari tra uomo e donna, il sogno contrappone l’incontro riuscito tra due donne.

Ma il sogno non è ancora finito. Il sonno delle due donne è interrotto da un incubo di Rita che mormora parole misteriose: “Silencio, silenzio, no hay banda no hay orchestra”. Rita si ricorda di un club Silenzio dove le due si recano. Questa ultima parte del sogno risponde all’enigma dell’amore che Diane interroga. Al club Silenzio un presentatore ripete quelle stesse parole sibilline mormorate da Rita. Possiamo interpretarle così: non c’è orchestrazione dell’amore, non c’è rapporto sessuale, né tra uomo e donna e neanche tra due donne[5].

L’oggetto di desiderio di Diane, l’oggetto che Diane non ha è l’oggetto che manca fondamentalmente ad ognuno. La musica dell’amore può accadere solo nella contingenza ma non è orchestrata da nessuna parte. Betty è scossa da un tremito fortissimo a quella rivelazione: dove Betty-Diane credeva ci fosse qualcosa non c’è niente. Non c’è il segreto dell’amore che Camilla avrebbe detenuto perché si dimostrava essere la prescelta.

Non c’è ricetta per l’amore che può sorgere solo dalla mancanza e dalla sua accettazione. Ognuno di noi può cercare di far esistere questo impossibile attraverso la propria parola singolare. In questo tentativo, si potrebbe dire, ciascuno fallisce a suo modo, rispetto alla possibilità di scrivere l’amore, di farlo esistere al di là della contingenza. Si tratta però, al contrario di Diane, di fallire nella buona maniera, con un’invenzione che supplisca a tale inesistenza.

[1] J. Lacan, Della psicosi paranoica nei suoi rapporti con la personalità, Einaudi, Torino, 1980, p. 234.

[2] Cfr. C. Leguil, Les amoureuses, Seuil, Paris, 2009, p.142.

[3] Ibid., p. 154 e sg.

[4] Ibid., p.157.

[5] Ibid., pp. 160 e sg.