Roberto Cavasola, membro SLPcf e AMP
Marivaux viene citato da Lacan nel Seminario L’identificazione perché si avvale de ne espletivo, un modo di evocare l’enunciazione in quanto differisce dall’enunciato: “il «non saprei» («je ne sais pas») è molto diverso dal «che ne so» («j’sais pas»), esprime l’oscillazione, il dubbio; non a caso ho evocato Marivaux, in cui troviamo la formula sulla scena, come un modo per formulare un’ammissione mascherata”[1]. In Le Prince travesti quando il protagonista Lelio – che fino a quel momento era mascherato – dichiara il suo amore a Ortensia, lei gli risponde: “Signore, la conversazione comincia in un modo che mi imbarazza, non saprei cosa risponderle (je ne sais que vous répondre), non saprei dire che mi piacete (je ne saurais vous dire que vous me plaisez)”[2]. Secondo un commento di Geneviève Morel non si tratta affatto di un’esitazione e nemmeno di una sottrazione (una dérobade) della protagonista, che sa cosa vuole e che lo ricerca, ma si tratta “del vuoto dell’Altro che, come donna, incarna per l’uomo che l’ama, e che anche lei sperimenta, che si infiltra all’interno della logica fallica femminile”[3]. Il fatto di far valere la differenza tra enunciato ed enunciazione nella risposta che la donna dà all’uomo introduce il discordenziale: prima Lacan se ne era avvalso per distinguere l’emergere dell’inconscio nel discorso, e dopo situa il confrontarsi della donna con un vuoto che non le consente di rispondere del tutto da una posizione fallica. Potrebbe però poi succedere che per un dato uomo una risposta del genere si scontri con ciò che non si aspetta e che lo imbarazza. Potrebbe essere che un uomo qui si arrabbia?
Ne Il gioco dell’amore e del caso entrambi gli spasimanti si erano travestiti da domestici per verificare che la dichiarazione d’amore nell’incontro combinato dai loro padri ai fini di un buon matrimonio non fosse falsata dai loro titoli nobiliari, ma mentre Dorante molto rapidamente fa la sua dichiarazione e si toglie la maschera Silvia, di cui il pubblico sa che è già innamorata anche lei, continua a mantenere la sua maschera fingendo di essere una domestica, e a ritrarsi non ricambiando le dichiarazioni d’amore. Alla fine lei cede con queste parole:
“Sì, Dorante, la stessa idea è venuta a tutti e due. Dopo di che, non ho più niente da dire; voi mi amate, non posso più dubitarne, ma a vostra volta giudicate il sentimento che nutro per voi, giudicate del conto in cui ho tenuto il vostro cuore dalla delicatezza con cui ho tentato di farlo mio”[4]. Si vede il carattere equivoco dell’espressione “ho tentato di farlo mio”: in realtà lei prima lo aveva respinto con decisione… e ora dice il contrario. L’impressione è che Marivaux mantenga di proposito una certa incertezza, descrivendo un certo lato smarrito della femminilità – che Lacan considera intrinseco – e lo sovrappone al tema dell’amore.
In Stendhal c’è una tempistica dell’amore, il succedersi di momenti che vengono elencati in sette punti di cui i più importanti sono tre: dal primo incontro alle due cristallizzazioni. La prima cristallizzazione ricorda quella che Freud ha chiamato la sopravvalutazione sessuale: “quella che io chiamo cristallizzazione, è l’opera della mente che da qualunque occasione trae la scoperta di nuove perfezioni dell’oggetto amato”.[5] Nelle miniere di sale di Salisburgo il visitatore viene stupito dall’offerta di un ramoscello attorno a cui si è cristallizzato il sale; il sale era grezzo e informe ed è diventato simile a delle pietre preziose. Così nell’amore delle impressioni vaghe e imprecise prendono una forma netta e preziosa. Si potrebbe paragonare questo effetto alla sublimazione, termine che nel Seminario L’etica della psicoanalisi Lacan applica all’amor cortese. La seconda cristallizzazione si produce secondo Stendhal nella misura in cui viene evocata la possibilità di perdere l’amore o nel dubbio di poter essere riamati, e rappresenta una riconferma di essere stati scelti che si consolida: “proprio perché è accompagnata dal timore la seconda cristallizzazione è di gran lunga più forte”[6]. Ha il peso di una decisione presa.
Le ultime pagine del Seminario XX, Ancora, hanno come un profumo stendhaliano, qualcosa viene prima e qualcosa dopo, anche per Lacan. Prima viene la contingenza di un incontro. Successivamente troviamo vari termini: il coraggio, il destino fatale, il riconoscimento[7] (in Stendhal si va dalla “speranza”[8] alla “audacia di amare”[9]). Poi c’è il tempo di sospensione e il miraggio dell’amore, e infine il necessario. Il primo tempo fondamentale è la contingenza, l’incontro; il passaggio dal non cessa di non scriversi al cessa di non scriversi. Il secondo è il tempo di sospensione, e poi il passaggio al non cessa di scriversi; da contingente il rapporto con il partner volge al necessario.
Il viraggio operato da Lacan è di far passare l’amore dal piano del rapporto sessuale – impossibile – a un piano diverso, che è di riconoscimento, in un rapporto che è “diventato qui rapporto di soggetto a soggetto”[10]. Il rapporto con il godimento (perverso nell’uomo, folle e enigmatico nella donna) viene separato dal rapporto tra soggetti che diventa “un certo rapporto tra due saperi inconsci”.
Il tema della contingenza diventa il fulcro attorno a cui ruotano le ultime due pagine del Seminario XX. Miller afferma che è la contingenza che buca la struttura, che c’è un “buco tra struttura e contingenza”[11]; dato che la “causa del desiderio è sempre contingente, si tratta di una proprietà fondamentale del parlessere, la causa del suo desiderio dipende sempre da un incontro. Il godimento non è programmato nella specie umana. Vi è un’assenza, un vuoto. Ed è un’esperienza vissuta, è un incontro che per ciascuno conferisce al godimento una figura singolare”.[12]A partire da questo “prende senso il termine di «destino»… “per il solo fatto che parliamo s’istituisce una trama tra i casi della vita e viene alla luce come una necessità, che prende la forma di destino o di vocazione”.[13] Miller arriva addirittura a modificare la definizione del reale come impossibile e a sostituire all’impossibile la contingenza: “se per ipotesi facciamo astrazione dell’ordine simbolico, allora scopriamo la dimensione della contingenza. Il reale non è più l’impossibile, il reale è il contingente, vale a dire ciò che cessa di essere impossibile, ciò che cessa di non scriversi e non si sa quando e non si calcola. (…) allora in effetti possiamo cogliere il rapporto del reale con l’inconscio.”[14]
Secondo Pierre Naveau c’è comunque una opacità che precede l’illusione dell’amore e che l’errore sia di voler sostituire all’opacità della contingenza la necessità: “questo è il cartellone PERICOLO che si trova sul cammino dell’amore. Quando la necessità rimuove la contingenza, la perde per strada, e quando l’amore si allontana dall’incontro che lo ha fatto nascere, perde il filo della conversazione (…) che animava la passione (…) quando la necessità prende i toni dell’insistenza della domanda d’amore (…) l’innamorato non sa più perché si è innamorato (…) e l’amore si perde in litigi a non finire”.[15] Questa opacità riguarda “’l’incontro nel partner dei sintomi, degli affetti, di tutto ciò che in ciascuno indica la traccia del suo esilio non come soggetto ma come parlante, del suo esilio dal rapporto sessuale.”[16] Alla fine comunque si entra nel tema del sintomo, di cui però non parleremo qui: “l’amore si articola con l’incontro che dunque fa nascere un sintomo poiché – ed è una fortuna che sia così – il legame con l’altro allora fa sintomo”[17].
[1] J. Lacan, Séminaire. L’identificazione, 17 gennaio 1962 (inedito).
[2] Marivaux, Le prince travesti, Flammarion, 1989, p. 59.
[3] G. Morel, Ambigüités sexuelles, sexuation et psychose, Anthropos, 2000, p. 171.
[4] Marivaux, Il gioco dell’amore e del caso, Garzanti, 2016, p. 143.
[5] Stendhal, Dell’amore, Einaudi, 1975, p. 9.
[6] Ivi, p. 34.
[7] J. Lacan, Il Seminario, Libro XX, Ancora, Einaudi, 2011, p. 138.
[8] Stendhal, Dell’amore, Einaudi ,1975, p. 22.
[9] Ivi, p. 53.
[10] J. Lacan, Il Seminario, Libro XX, Ancora, Einaudi, 2011, p. 138.
[11] J.-A. Miller, Cose di finezza in psicoanalisi, (corso del 12-12-2008), La Psicoanalisi, n. 58, 2015, Astrolabio, p. 148.
[12] Ivi, p. 153.
[13] J.-A. Miller, Cose di finezza in psicoanalisi, (corso del 10-12-2008), La psicoanalisi, n. 59, 2016, p. 162.
[14] J.-A. Miller, Cose di finezza in psicoanalisi, (corso del 11-02-2009), La Psicoanalisi, n. 60, 2016, p. 146.
[15] P. Naveau, La rencontre – de l’impossible au contingent, in Ce qui de la rencontre s’écrit, Editions Michele, 2014, p.1 87.
[16] J. Lacan, Il Seminario, Libro XX, Ancora, Einaudi, 2011, p. 139.
[17] P. Naveau, L’amour entre émotion et angoisse, in La cause du désir, n. 93, 2016, p.17.