Pasquale Indulgenza, membro SLPcf e AMP
“È mia madre che ho amato” Queste parole risuonano e sorprendono la donna che le ha appena pronunciate. Alla ricerca della logica oscura delle sue ripetute e dolorose relazioni amorose con gli uomini, si trova all’improvviso alle prese con un altro amore, che emerge da un tempo che appare lontanissimo.
Lontane ma attuali, le parole di Freud[1] ci ricordano che in tutto ciò non c’è nulla di straordinario. Questa donna ritrova le tracce di quello che, per maschi e femmine, è il primo oggetto d’amore: la madre. E se c’è sorpresa è in quanto il successivo attaccamento al padre ne cancella le tracce. Più è intenso questo attaccamento, precisa Freud, più lo è stato quello, con la madre, poi caduto nell’oblio. Il caso che cito ne è una conferma.
Cosa se ne può concludere, brevemente? Innanzitutto che le rotture amorose non sono un accidente dell’amore ma una sua condizione… anche quando una relazione amorosa dura una vita intera; e, secondo solo per enunciazione, che per una donna la vita amorosa può essere più complessa, sospesa, come spesso accade, ad una questione che Freud pone: “che cosa pretende la bambina dalla madre?”.[2]
[1] Cfr. S. Freud, Sessualità femminile, in Opere, Bollati Boringhieri, Torino, 1989, vol. 11.
[2] Ivi, p.72.