Adele Succetti, membro SLPcf e AMP

“Voi, che per li occhi mi passaste al core
e destaste la mente che dormia,
guardate all’angosciosa vita mia
che sospirando la distrugge Amore”

Cavalcanti, Angosce d’amore

Mentre ero impegnata nelle mie letture in preparazione al prossimo Convegno della SLPcf dedicato alla Clinica delle rotture amorose, per caso, ho trovato sui social un manifesto – non firmato – che afferma “Il logo del Ministero della Cultura ripropone la violenza di Apollo su Dafne. Questo è Patriarcato! No alla violenza sulla figura femminile!!!!”.

Ma come? In che senso? Il gruppo scultoreo di Apollo e Dafne, realizzato dal Bernini negli anni 1622-25, oltre ad essere un capolavoro dell’arte barocca, si riferisce a un mito che rappresenta le vicissitudini di una passione amorosa quando essa è resa, per qualche motivo, impossibile. Secondo il mito, che Ovidio ha descritto nelle sue Metamorfosi, Eros, dopo essere stato deriso da Apollo per le sue abilità con l’arco, per vendicarsi di lui, decide di scagliare due frecce che producono due effetti opposti: una freccia è destinata a infliggere ad Apollo un amore folle nei confronti di Dafne, l’altra, invece, indirizzata a Dafne, fa sì che ella non possa far altro che respingere l’amore di Apollo. Se c’è qualcuno che fa violenza in questa vicenda, sarebbe quindi piuttosto Eros che, in quanto Dio dell’amore, fa quello che vuole, incurante dei desideri e delle vite di quanti (uomini, donne, e persino dei) lo incontrano e ne subiscono gli effetti. Eros, come sappiamo, che ci piaccia o meno, non chiede mai il consenso… a nessuno.

L’amore infatti – e il mito serve a rappresentare proprio questo suo aspetto reale – è una forza per così dire “divina” che, quando un incontro contingente lo fa accadere, può far crollare molte delle certezze e delle difese egoiche del singolo. L’amore, in altri termini, è la forza che “permette al godimento di accondiscendere al desiderio”[1], che permette, cioè, alle pulsioni che, secondo Freud e Lacan, sono fondamentalmente autoerotiche, di aprirsi all’Altro, di andare verso l’altro creando così un legame. Tutto il contrario della violenza denunciata nel manifesto. Se violenza c’è, lo ribadiamo, è piuttosto quella, pulsionale, che fa innamorare Apollo alla follia e quella, sempre pulsionale, che impedisce a Dafne di amare e che la costringe a trasformarsi in una pianta di alloro, simbolo della sua castità.

C’è, quindi, effettivamente, un grosso problema alla cultura – non tanto al Ministero – se alcune ideologie contemporanee, trincerate nel loro separatismo, che risponde a una logica segregativa, non sono neppure più in grado di riconoscere il fatto che l’essere umano non è un automa solitario. L’essere parlante, infatti, è mosso da passioni che lo spingono verso l’altro, è spinto da forze, da pulsioni che non sa e che non può governare e, proprio per questo, è umano. Umano a tal punto da aver inventato gli dei dell’Olimpo come rappresentanti per eccellenza di tali forze. Si tratta, come ha sviluppato di recente Jacques-Alain Miller, a partire dalla frase di Lacan “gli dei […] appartengono al reale”[2], del fatto che gli dei pagani appartengono a un “reale senza legge”, che si manifesta senza chiedere il permesso a nessuno, e in modo sempre imprevedibile[3]. Non riconoscere l’esistenza delle pulsioni, rifiutare la forza dell’inconscio, non fa altro che far esistere il Mostro e, perché no?, il Diavolo… che assume le sembianze ora dell’Uomo ora della Donna.

[1] J. Lacan, Il Seminario, Libro X, L’angoscia, Einaudi, Torino, 2007, p. 209.
[2] J. Lacan, Il Seminario, Libro VIII, Il transfert, Einaudi, Torino, 2008, p. 49.
[3] Intervento disponibile sul canale youtube Miller TV: https://www.youtube.com/watch?v=1DkgWWPrmvc